IL MOBBING: QUANDO IL BRANCO ATTACCA ANCHE IN UFFICIO

Mobbing

Andrea Beatrice Galeazzi
HÈSERE Project Manager - GreenTime | Psicologa
pubblicato il
15 Ottobre 2025
pubblicato il 
15 Ottobre 2025

Mobbing” deriva dal verbo inglese to mob, che significa assalire in gruppo. Venne utilizzato per la prima volta negli anni ’70 dallo studioso Konrad Lorenz per indicare il comportamento animale di circondare e assalire un loro simile in gruppo per allontanarlo dal branco. Nel 1972 questa dinamica fu riscontrata anche nel contesto scolastico da Heinemann, per poi essere analizzata in ambito lavorativo da Heinz Leymann.

Egli lo definisce come una forma di terrorismo psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico posto in essere in forma sistematica di uno o più soggetti, nei confronti di solito di un unico individuo che, a causa di tale persecuzione, si viene a trovare in una condizione indifesa e diventa oggetto di continue attività vessatorie e persecutorie che ricorrono con frequenza sistematica e nell’arco di un periodo di tempo non breve, causandogli sofferenze mentali, psico-somatiche e sociali.

Componenti del fenomeno e fasi di sviluppo

Un primo elemento distintivo del Mobbing è la violenza dei suoi agiti, in quanto le azioni ad esso correlate sono oppressive e coercitive. Esso rimane però differente da un’aggressione fisica, esprimendosi come una molestia psicologica finalizzata, atta ad annientare l’altro e farlo allontanare dal posto di lavoro. Tale condotta è intenzionale e ripetuta nel tempo: colui che la mette in atto pianifica le sue azioni e sceglie cosa fare per intaccare psicologicamente l’altra persona. Tale fenomeno risulta estremamente impattante anche per la sua continuità nel tempo, con attacchi ciclici e ripetuti che producono profondi danni psicofisici nella persona mobbizzata.

Questo fenomeno implica due figure chiave, la vittima e il carnefice. Il Mobber è l’aggressore (o gli aggressori) che mettono in atto gli agiti disfunzionali e persecutori, il Mobbizzato è la vittima di tali attacchi. Ci sono poi i Co-mobbers, coloro che partecipano al fenomeno pur non essendo aggressori diretti. Essi possono agire concretamente sostenendo il Mobber (i Side-Mobbers) oppure rimanere spettatori passivi delle azioni mobbizzanti senza intervenire (gli Indifferenti).

Il Mobbing, come già analizzato, si compone di vari agiti ripetuti, la cui gravità ed intensità sono variabili. Gli studiosi Heinz Leymann e Harald Ege hanno condotto varie analisi per identificarne delle fasi comuni, per rendere la sua identificazione più semplice al fine di un intervento immediato.

Per Leymann le fasi erano:

  1. Fase iniziale di conflitto: in questo stadio, le normali tensioni di un ambiente lavorativo deragliano in aggressività verbale, pettegolezzo, tentativi di isolare il collega per non farlo comunicare con gli altri;
  2. Inizio del Mobbing: la persona mobbizzata viene esclusa in modo sistematico, con attacchi frequenti. Il lavoratore è soggetto a critiche continue e inizia a non avere più rapporti con i colleghi;
  3. Azione sul personale: il Management agisce alimentando questa dinamica, dequalificando il mobbizzato o spostandolo di ufficio;
  4. Esclusione e danni: dopo mesi di Mobbing, emergono i danni psicofisici del lavoratore, che lo impattano profondamente.

Ege rivisitò le fasi appena citate per calarle nella realtà italiana, identificandone sette:

  1. Condizione zero: il posto di lavoro è conflittuale, creando un ambiente potenzialmente fertile per un eventuale Mobbing;
  2. Conflitto mirato: viene selezionata una vittima verso cui viene indirizzata tutta la conflittualità, che da stagnante diviene attiva;
  3. Inizio reale: iniziano le dinamiche proprie del Mobbing, che anche se non causano ancora danni psicofisici, portano enorme disagio;
  4. Esordio sintomatologico: emergono i primi sintomi psicofisici;
  5. Errori e abusi amministrativi: la dinamica mobbizzante può essere favorita da errori valutativi dell’azienda come il demansionamento;
  6. Aggravamento della salute: a causa della lunga esposizione agli agiti mobbizzanti, la vittima entra in una fase di disperazione;
  7. Uscita dal posto di lavoro: il Mobbing raggiunge il suo esito finale con l’allontanamento della vittima dal posto di lavoro. Questo avviene per licenziamento, allontanamento per giusta causa o nei casi più gravi, per suicidio.

Classificazioni del fenomeno

Il Mobbing può essere classificato in base al ruolo della vittima e alla direzione dell’agito: nel caso in cui vittima e carnefice siano in posizioni gerarchiche differenti, si definisce Mobbing Verticale. In questo caso la direzione degli agiti si può configurare o come up-down, con la persona in alto che vessa chi è più in basso abusando del suo potere, oppure down-up. In questo secondo frangente il mobber è in una posizione inferiore, spesso mettendo in discussione l’autorità del leader. Quando l’attività vessatoria avviene tra pari, si definisce invece Mobbing Orizzontale. Esiste anche un caso in cui il Mobbing diviene Collettivo: in questo caso il datore di lavoro ispira la persecuzione e i colleghi collaborano nella sua attuazione. Ci sono varie motivazioni che fungono da innesco per questa dinamica disfunzionale di persecuzione, ma risultano appartenere tutte al versante Strategico oppure Emozionale. A livello strategico il focus è il lavoro: tra pari, spesso la miccia è il desiderio di eliminare un collega in ottica di competizione per qualche traguardo. Nel Mobbing up-down, sovente il datore di lavoro vuole punire il sottoposto o deve ridurre il personale, portando chi ha selezionato al licenziamento. Il Mobbing Emozionale invece si allontana dalle motivazioni lavorative, ma ha origine in una disfunzione relazionale, per l’alterazione di un rapporto tra pari o subordinati.

Sintomatologia

Abbiamo già evidenziato come il Mobbing colpisca le persone a livello psicofisico, andando ad impattare sia il lato corporeo che quello mentale. Come riportato da Ege, il deterioramento è graduale a causa dell’esposizione prolungata e continua alla persecuzione. Da una sensazione di disagio iniziale, la persona mobbizzata sprofonda sempre di più nella disperazione, arrivando a volte anche a togliersi la vita. La vittima può riscontrare alterazioni psico-somatiche (cefalea, dolori muscolari, problemi gastrointestinali) socio-emotive (ansia, depressione, attacchi di panico) e disturbi a livello comportamentale (disordini alimentari, ricorso all’alcol o alle sostanze). Inoltre possono essere sviluppati Disturbi correlati, quali Disturbo dell’Adattamento, Disturbo Acuto da Stress e Disturbo Post Traumatico da Stress.

Riferimenti normativi

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la salute si configura come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente come l'assenza di malattia o infermità. Questa definizione sottolinea dal 1948 come il benessere completo coinvolga anche la salute psichica e la vita sociale del soggetto, non solo la sua salute fisica. A fronte di ciò, il Mobbing rientra appieno tra i fattori di rischio per la salute dei lavoratori; per questo è una tematica contemplata a livello normativo e attenzionata al fine di tutelare i lavoratori. In Italia non esiste una legge specifica per il Mobbing, ma esso rientra nell'ambito del diritto civile e, in alcuni casi, può configurarsi come reato penale. L’Art. 32 della Costituzione sancisce che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.». Questo evidenzia come, in caso di deterioramento della salute psicofisica a causa di Mobbing, la vittima debba ricevere il più adatto supporto atto a ripristinare il suo benessere. L’Art. 2043 del Codice Civile afferma che «Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.», mentre secondo l’Art. 2087 L’imprenditore è tenuto «ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che (…) sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». Risulta essenziale la consapevolezza e la conoscenza di tale fenomeno al fine di tutelare la salute dei lavoratori, agendo soprattutto in ottica preventiva piuttosto che riparativa.

Bibliografia

Ege, H. (1996). La valutazione peritale del danno da Mobbing e da Straining. Giuffrè Francis Lefebvre.

Ege, H. (2002). Mobbing: conoscerlo per vincerlo. Franco Angeli.

Ege, H. (1997). Il mobbing in Italia. Pitagora Editore.

Leymann, H. (1996). The content and development of mobbing at work. European Journal of Work and Organizational Psychology, vol. 5.

Leymann, H. (1990). Mobbing and Psychological Terror at Workplaces. Violence and Victims, pag. 119-126

Leymann, H. (1996). Mobbing and Victimization at work. European Journal of Work and Organizational Psychology, vol. 5, Issue 2, pag. 161-164.

Depolo, M. (2003). Mobbing: quando la prevenzione è intervento. Aspetti psicosociali e giuridici del fenomeno. Franco Angeli.

Favretto, G. (2005). Le forme del mobbing. Cause e conseguenze di dinamiche organizzative disfunzionali. Raffaello Cortina.

Fraccaroli, F. & Balducci, C. (2015). Stress e rischi psicosociali nelle organizzazioni. Il Mulino.

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